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Palazzo Fongoli Barnabò
Ministero per i Beni e le Attività Culturali
 
 
Soprintendenza per i Beni Architettonici, il Paesaggio, il Patrimonio Storico, Artistico e Etnoantropologico dell'Umbria.

 
Oggetto: FOLIGNO (Pg) – Palazzo Fongoli (antico Palazzo Barnabò) in via del Palazzaccio n° 18 di proprietà di Angelo Fongoli, (N.C.T., foglio 202, particelle n° 204-205)

RELAZIONE STORICO ARTISTICA 
 
L’Edificio in oggetto, dalla prima metà circa del XIX secolo ininterrottamente di proprietà della famiglia Fongoli originaria di Uppello (piccola frazione di Foligno), è situato nel centro storico di Foligno tra via della Rosa e via del Palazzaccio, dove si trova l’ingresso principale monumentale (figg. n°1-2-3).
Il palazzo si trova in una zona molto importante della città dal punto di vista urbanistico: sorge tra due strette strade ortogonali alla via della Mora (ora via Mazzini), uno degli assi principali della città medievale. Via della Rosa e via del Palazzaccio sboccano proprio nell’ampio piazzale antistante alla chiesa ed al convento di San Francesco, costruiti a partire dalla metà circa del XIII secolo sopra i resti di un più antico “palazzo imperiale”, residenza locale degli imperatori germanici a partire dall’XI secolo circa, e della primitiva porta urbica di S. Matteo.
L’edificio che separa il palazzo Fongoli dalla piazza di S. Francesco viene radicalmente trasformato all’inizio del’900, su progetto dell’arch. Armani, per adibirlo a sede della Camera di Commercio e, successivamente, diviene sede della Pretura e oggi Sezione di Foligno del Tribunale di Perugia.
Il palazzo Fongoli risulta dunque chiuso tra l’edificio del Tribunale e un altro di civile abitazione: restano liberi i prospetti che affacciano su via del Palazzaccio (prospetto principale) e su via della Rosa, con i loro rispettivi ingressi. La tipologia e le caratteristiche architettoniche e decorative dell’edificio fanno ritenere che il palazzo sia stato costruito, o forse solo ristrutturato, a partire dalla fine del XV secolo circa, trasformando ed inglobando però alcune unità abitative medievali preesistenti, realizzate in pietra ben rifinita, come mostrano chiaramente i resti di un bel paramento murario e di un arcone di sostegno presenti ancora oggi in uno dei vani al piano terra ed in precisa corrispondenza alla base della facciata prospiciente via della Rosa (figg. n° 4-5).
Tra la fine del secolo XV e per tutto il XVI secolo a Foligno si registra un notevole sviluppo delle attività agricole, favorite dalla bonifica del territorio paludoso, e di quelle artigianali e mercantili. Tutto questo dà origine ad una notevole ricchezza economica ed alla conseguente ascesa, insieme alla più antica nobiltà feudale, di una nuova classe borghese emergente, dedita in particolare alle attività mercantili, la quale, possedendo un sostanzioso capitale liquido, commissiona nuove opere d’arte e finanzia la trasformazione degli antichi fabbricati medievali in più ampi, comodi e rappresentativi palazzi collocandoli, generalmente, lungo le principali strade e piazze commerciali. Fanno comunque eccezione, alcuni edifici che, come palazzo Fongoli, prospettano invece su delle strade secondarie, ma comunque sempre in prossimità degli snodi commerciali.
L’impianto tipologico della nostra residenza è quello caratteristico dei palazzi rinascimentali di fine secolo o primissimo cinquecento con un lungo androne voltato che conduce ad una corte centrale (figg. n° 6-7-8), in questo caso di forma rettangolare, su cui si affaccia un loggiato a doppio ordine, sorretto da pilastri in mattoni con basi e modanature in pietra calcarea, ed in cui si trovava, fino al secondo dopoguerra, la vera ottagonale originale in pietra calcarea e travertino del pozzo, oggi sostituita purtroppo per divisioni ereditarie.
              
Nel cortile sono inoltre tuttora conservati la vaschetta in pietra bocciardata di una fontana tondeggiante a parete, probabilmente del XVI secolo, ed una serie di frammenti architettonici erratici in parte posati a terra, in parte murati già nel passato sulle pareti: si tratta di tubazioni in terracotta, di tegole, di capitelli, di colonne, di cornici, di davanzali, di stemmi della famiglia, del presunto marchio del costruttore del palazzo simboleggiante l’antichissimo “fiore della vita”, di diversa epoca  (molto verosimilmente databili tra il XII ed il XVI  e XVII secolo), che probabilmente sono il risultato tangibile di alcuni interventi di restauro e di ristrutturazione fatti in momenti diversi (figg. n° 9-10-11-12-13-14-15).
L’edificio, dalle fondamenta piuttosto antiche, è stato con l’andare del tempo in alcune parti ristrutturato e decorato di nuovo, anche in rapporto ai terremoti periodici che hanno colpito la città ed allo sviluppo della famiglia e delle attività lavorative dei proprietari, specialmente nei secoli XVII e XVIII, come sembrano dimostrare le date del 1622 e 17…. Trovate incise (e documentate tramite immagini fotografiche) negli intonaci originali scoperti durante i recenti lavori di consolidamento realizzati dopo il sisma del 1997.
Il palazzo si presenta come un blocco di forma regolare che si sviluppa su tre piani, l’ultimo dei quali è costituito da una sopraelevazione, realizzata tra la fine del XVII secolo e la prima metà circa del XVIII secolo utilizzando una copertura leggera a piastrelle e travi e travicelli di legno: interessante a questo proposito il ritrovamento nel solaio rialzato del tetto del terzo piano di un paio di pianelle che recano iscritte in rosso alcune lettere e numeri, tracciati con una grafia riconducibile, a conferma degli altri dati storici, sempre al medesimo periodo (figg.n°16-17). Oltre ai tre piani in elevazione il palazzo comprende un ampio locale interrato dotato di una possente volta a botte in mattoni (figg. n° 18-19-20) lungo quasi quanto l’intero complesso ed usato un tempo sia come cantina per le derrate alimentari che come deposito per la legna ed il carbone.
La facciata principale è suddivisa in tre parti da cornici marcapiano in bella pietra calcarea: in quella più bassa si trovano il portale d’ingresso principale con architrave e stipiti in pietra semplicemente ma elegantemente lavorati e, ai lati, le finestre del pianoterra e quelle che danno luce, dall’alto, ai locali della cantina sotterranea (figg. n° 21-22). Esse sono dotate di inferiate originali assai ben eseguite, fatte tutte in ferro battuto e con gli incroci ad anelli passanti. Al primo e al secondo piano si affacciano cinque finestre disposte in modo regolare. Sia le cornici marcapiano sia le mostre delle finestre sono realizzate in pietra finemente modanata. Dal portone si accede, attraverso una soglia in pietra con guide per i carri, all’androne, coperto da una volta a botte, che conduce al cortile e si prolunga fino all’ingresso secondario in via della Rosa. Nel cortile si aprono diversi ingressi pertinenti a locali un tempo adibiti a stalle, a rimesse, ad ambienti di lavoro e riservati all’amministrazione: tutti questi ambienti sono coperti da volte a crociera o ad unghiature. Di singolare interesse è un vano piuttosto ampio e lungo (figg. n°23-24-25), caratterizzato dalla presenza di un camino (di cui rimangono le mensole originali in marmo che sostenevano la trabeazione). Al centro un pilastro di mattoni sostiene due archi a tutto sesto sempre di mattoni, che a loro volta dividono lo spazio in due zone: la prima coperta da due volte a crociera e la seconda da quattro piccole volte a crociera ma  molto meno accentuate,  tanto da creare quasi la sensazione di una volta ad unghiature; entrambe queste volte sono state realizzate a mattoni. I peducci che sorreggono le volte di uno dei due ambienti sono ornati da pregevoli ed eleganti capitelli (figg. n° 26-27-28), sui quali sono stati scolpiti ed incisi, oltre a motivi geometrici e fitomorfi, rispettivamente lo stemma nobiliare (è azzurro a tre bande d’oro l’elmo è sormontato da un mezzo bove che termina nelle calate nobilmente alla Gottica a guisa di un manto), ed il marchio mercantile della famiglia proprietaria, in assoluto una delle più importanti della città di Foligno: quella dei marchesi Barnabò, della cui origine e storia si dirà avanti. Questo vano, nel quale la famiglia esercitava le sue quotidiane ed importanti attività mercantili (ma non è stato possibile stabilire quali esattamente esse fossero: il commercio dei tessuti? Il commercio dei prodotti agricoli? La riscossione delle tasse? O tutte queste insieme), aveva una chiara funzione di rappresentanza e di ostensione del ruolo sociale preminente svolto in città dalla famiglia Barnabò, vista l’insistenza posta nella raffigurazione dello stemma e del marchio mercantile.
Dal cortile attraverso un’apertura ora tamponata, si accedeva alla scala in parte scavata nel sottostante terreno roccioso, la quale scende al piano interrato, dove si trova una cisterna per la raccolta dell’acqua di vena e di quella piovana e la cantina a cui si è fatto riferimento poco sopra, grandioso locale con volta a botte e lunette in corrispondenza delle quattro finestre esterne e di quella che da sul cortile con scivolo per le uve e grata apribile. A livello leggermente più alto della cantina si trova un piccolo vano con nicchie alle pareti utilizzato per la conservazione degli alimenti. (figg. n°18-19-20).
La tromba della scala è coperta da una piccola volta a botte intonacata ed è definita da una semplicissima modanatura in cotto inserita all’altezza dell’imposta; i gradini sono realizzati in pietra locale e nelle alzatine presentano un’originale ornamentazione a specchiature rettangolari (figg. n° 29-30), che risulta ora appiattita perché ricoperta da una verniciatura marrone scuro.
Al primo ed al secondo piano si incontrano degli ambienti con soffitti a travature lignee, camini in pietra scolpita e porte databili in maggioranza al XVIII secolo (figg. n° 31-32): sempre al primo piano, soprattutto dal lato lungo del cortile, si trovano alcune sale piuttosto ampie con volte a padiglione ed ad unghiature, che in origine forse dovevano essere decorate ad affresco. In seguito ai lavori di restauro sono state scoperte delle pitture sopra due sole volte. Nella prima, la più ampia, (figg. n°33-34-35) al centro della specchiatura rettangolare compare, incastonata in una leggerissima cornice di stucco tra due quadri ornamentali in cui sono rappresentati due vasi da cui fuoriescono due girali di acanto, una grande figura di S. Onofrio penitente nel deserto circondato da quattro angeli, che medita sulla passione di Cristo, mostrando il corpo assai invecchiato ed emaciato per via degli stenti. L’opera, databile tra la fine del XVII e l’inizio del XVIII secolo, è ascrivibile ad un ingenuo, ma piuttosto comunicativo pittore probabilmente locale, il quale ha saputo qui, con pochi leggeri tratti, colori luminosi e chiari e delicati chiaroscuri, ben esprimere la devozione che i Barnabò avevano per s. Onofrio: alcuni membri di questa numerosa famiglia portavano infatti il suo santo nome. Inoltre S. Onofrio veniva considerato da Foligno il protettore di un’altra importantissima famiglia nobile: quella degli Onofri. Dal momento che tra i Barnabò e gli Onofri in circa due secoli e mezzo sono reciprocamente avvenuti, tra figli e figlie, ben sei matrimoni, è legittimo supporre che la scelta dell’immagine di questo santo volesse essere anche un gentile omaggio agli Onofri, più volte imparentatesi appunto con la famiglia Barnabò.
Nella seconda volta superstite (figg. n°36-37), sempre al centro della specchiatura rettangolare compare invece il sacrificio d’Isacco, realizzato probabilmente nello stesso momento e dalla stessa mano del S. Onofrio. La scena è inserita in una semplice cornice decorativa fatta di stucco appena leggermente aggettante. Il soggetto prescelto, alludendo all’amore familiare ed esaltando l’amore filiare, presupporrebbe la presenza di altre scene del medesimo significato: in altre parole, sembrerebbe plausibile ipotizzare sulle volte dell’antico palazzo Barnabò la presenza forse di un ciclo esaltante le virtù familiari, visto l’elevato numero di figlioli che la famiglia di solito aveva nelle varie epoche, oppure altre scene bibliche sempre legate alla figura di Abramo.
La famiglia Barnabò è una delle famiglie nobili più antiche e importanti della città di Foligno e deriva probabilmente dai conti di Uppello, da cui discendono anche i Trinci. Le prime notizie relative ad un loro antenato, Barnabò (Barnabovis) appunto, si hanno a partire dal 1222, dalle carte provenienti dall’abbazia di Sassovivo e nel corso dei secoli da questo si sviluppano almeno tre rami importanti della famiglia. Dal 1460 sono numerosi i riferimenti documentari ai singoli membri che, com’era consuetudine, portavano nomi che si ripetono (Barnabò, Michelangelo, Onofrio, Vincenzo, Alessandro, Ugolino, Piermarino) e si distinguono in particolare nell’attività di governo e militare, sia a Roma che a Foligno, ed anche nella carriera ecclesiastica: uno di loro (Alessandro VI) nel 1856 diventerà cardinale ed altri saranno invece committenti di diverse opere d’arte realizzate per la cattedrale di S. Feliciano e per la chiesa di S. Francesco, dove si trovava fin dal 1377 la loro cappella funeraria domestica. Nella seconda metà del XV secolo assume una posizione di rilievo Michelangelo II Barnabò, figlio di Onofrio, il quale viene ripetutamente eletto magistrato comunale e nel 1461 compra nel comune di Foligno due pugilli di terra sodiccia nella contrada della Mora appresso alla sua casa da un lato dall’altro la piazza S. Francesco, dall’altro la strada pubblica al costo di 12 fiorini: sembra probabile che si tratto proprio del documento di acquisto dell’area dove di lì a poco sorgerà il nuovo palazzo Barnabò (ora Fongoli), frutto di ristrutturazione ed ampliamento della originaria casa Barnabò. Michelangelo in particolare aveva due figli, Onofrio II e Barnabò III (1536), i quali presumibilmente aiutano il padre nella ricostruzione della dimora di famiglia o, se questi era già morto, ne sono responsabili direttamente. Questa prima ed originaria sistemazione deve essere stata sufficiente alle esigenze della famiglia per parecchi anni. Ma, come si è accennato, col crescere numerico dei membri del casato, col variare delle esigenze e forse con i danni portati dai terremoti, ad un certo punto si sono dovute operare le modifiche architettoniche di cui si è prima parlato. Un pronipote di Barnabò III, Ugolino I (1551-1590) si stabilirà nel palazzo posto nell’attuale piazza Matteotti: sul magnifico portale, sotto lo stemma nobiliare campeggiano chiare le sue iniziali U.G. BA ed a fianco il marchio mercantile, lo stesso che troviamo nell’ambiente al piano terra del nostro edificio. Circa due secoli più tardi, nel 1743 a Foligno esistono ben quattro famiglie Barnabò che alloggiano in quattro diversi palazzi cittadini acquisiti via via, tutt’ora tutti esistenti, compreso quello in questione, che sembrerebbe essere dunque il più antico: palazzo Barnabò presso piazza S. Francesco,  palazzo Barnabò in piazza Matteotti, palazzo Barnabò alle Conce, palazzo Barnabò in piazza XX Settembre. Nel 1751 inoltre i Barnabò ottengono dal papa Benedetto XIV il titolo di Marchesi. Ma entro la prima metà del XIX secolo tre di queste famiglie Barnabò si estinguono del tutto e rimane in vita solo il ramo di Piermario VII, discendente da Barnabò III. Il palazzo Barnabò presso piazza S. Francesco viene verosimilmente venduto proprio a causa di tali circostanze alla famiglia Calvani, dalla quale lo acquista Simone Fongoli. Il figlio di quest’ultimo, Angelo, eredita il palazzo ex Barnabò, e sposando Maddalena Biducci, diventa proprietario poco dopo la metà del XIX secolo anche del palazzo adiacente a quello ex Barnabò e del palazzo di fronte.
Per il fatto di essere stato utilizzato da sempre come residenza privata, il palazzo Fongoli ex Barnabò nel complesso ha conservato abbastanza integre le sue caratteristiche architettoniche originarie ed è per lo stesso motivo rimasto inedito e non studiato dagli storici locali e dagli appassionati. Esso testimonia una parte importante della storia di Foligno, essendo posizionato in una zona assai significativa per l’urbanistica altomedioevale cittadina ed essendo quasi di sicuro il primo palazzo Barnabò in città, quello considerato più vicino alla chiesa considerata di famiglia, la chiesa di S. Francesco. Non va infatti dimenticato che sulla facciata originaria di codesta chiesa campeggiava in antico proprio lo stemma nobiliare dei Barnabò. L’identificazione dell’edificio rappresenta un primo sostanziale passo per la ricostruzione di un momento particolare ma poco conosciuto della storia architettonica locale. 
 
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